Nella Giornata mondiale contro la tratta, le esperienze di Cybersecurity Seminars
Dietro una truffa online non c’è sempre soltanto un criminale che inganna una vittima. A volte ci sono altre vittime, reclutate con false promesse di lavoro, trasferite lontano da casa, private dei documenti e costrette con la violenza a partecipare a frodi digitali su larga scala.
È questo il fenomeno che le Nazioni Unite hanno scelto di portare all’attenzione pubblica in occasione della Giornata mondiale contro la tratta di persone, che si celebra oggi, 30 luglio. Il tema del 2026, “Trapped behind the scam”, intrappolati dietro la truffa, mette in luce una forma crescente di tratta per criminalità forzata, strettamente intrecciata con cybercrime, frodi finanziarie, riciclaggio e corruzione. Migliaia di persone vengono sfruttate da gruppi criminali organizzati transnazionali e obbligate a condurre operazioni fraudolente su scala industriale.
La campagna invita così a guardare oltre lo schermo e oltre il singolo messaggio sospetto. Dietro infrastrutture digitali, identità contraffatte e tecniche di manipolazione sempre più sofisticate possono nascondersi catene di sfruttamento che uniscono vulnerabilità umane e tecnologiche. Contrastarle richiede investigazione e cooperazione internazionale, ma anche persone e organizzazioni capaci di riconoscere i rischi, proteggere dati e sistemi, segnalare comportamenti anomali e non alimentare, inconsapevolmente, l’economia delle frodi.
È in questa prospettiva che acquistano un significato particolare le esperienze maturate con Cybersecurity Seminars, il programma sostenuto da Google.org in collaborazione con Virtual Routes, promosso in Italia dall’Università degli Studi di Milano insieme alla Fondazione Mondo Digitale. Il percorso integra lezioni teoriche, laboratori, hackathon e attività di service learning, attraverso le quali studenti e professionisti mettono le competenze acquisite al servizio di scuole, imprese, enti del Terzo settore e altre organizzazioni locali. L’obiettivo è formare 140 studenti e coinvolgere 175 organizzazioni, realizzando complessivamente 675 ore di attività formative e applicative.
Le testimonianze raccolte nel corso del progetto raccontano già un primo cambiamento. La cybersecurity smette di essere percepita come una materia riservata agli specialisti e diventa una responsabilità distribuita: entra nelle procedure quotidiane, orienta le decisioni organizzative e genera nuove forme di collaborazione tra competenze tecniche, giuridiche, educative e manageriali.
Dalla conoscenza alla prevenzione
Matteo Alfieri, ingegnere elettronico specializzato nella protezione dei dati, ha trasformato il proprio percorso formativo in un’attività di sensibilizzazione rivolta a cittadini e operatori dell’associazione Euroconsumatori. Ha progettato autonomamente materiali e incontri su protezione dei dati, intelligenza artificiale, phishing, siti contraffatti, password e frodi online, adattandoli a partecipanti con età e livelli di preparazione molto diversi. L’esperienza gli ha permesso di rafforzare le proprie competenze professionali, ma ha prodotto anche un patrimonio formativo riutilizzabile da altre organizzazioni. La conoscenza individuale comincia così a circolare, raggiungendo persone che potrebbero essere più esposte ai tentativi di manipolazione e contribuendo a costruire una comunità digitale più consapevole [leggi Le competenze che proteggono il futuro].
La sicurezza entra nei processi di cura
Per Francesca Sanna, manager di un’azienda sanitaria privata, partecipare al programma ha significato portare la cybersecurity direttamente nella propria organizzazione. Dopo avere approfondito rischi e strumenti, ha dedicato quaranta ore alla formazione del personale, organizzando incontri differenziati per chi lavora nell’accettazione, nell’amministrazione e negli altri servizi. Partendo da situazioni concrete, i partecipanti hanno imparato a riconoscere messaggi di phishing, proteggere i dati dei pazienti, gestire correttamente documenti e credenziali e segnalare comunicazioni sospette. In un settore nel quale la continuità dei sistemi e la riservatezza delle informazioni sono parte integrante della qualità della cura, la formazione ha iniziato a modificare comportamenti, attenzione e capacità di risposta [leggi La cura della sicurezza].
Dalla formazione alla governance
Un altro partecipante ha applicato le competenze acquisite alla costruzione del Piano di istituto per l’adozione dell’intelligenza artificiale e di un nuovo regolamento scolastico. Il lavoro è partito dall’ascolto di studenti, docenti e famiglie e dall’analisi delle norme, per arrivare a indicazioni condivise sull’uso responsabile dell’IA. I documenti sono stati validati dal responsabile della protezione dei dati senza modifiche sostanziali. È un risultato che mostra un passaggio importante: la formazione non si limita ad accrescere la preparazione di una singola persona, ma contribuisce a definire regole, responsabilità e procedure per un’intera comunità educativa. Anche negli istituti coinvolti nelle attività di service learning il cambiamento è diventato visibile. L’analisi delle infrastrutture digitali, dal registro elettronico al sito web, dai firewall ai server, ha aiutato le scuole a considerare la cybersicurezza non come un mero adempimento, ma come una responsabilità condivisa. Parallelamente, gli studenti hanno ampliato la preparazione tecnica con competenze giuridiche, normative e organizzative, indispensabili per affrontare incidenti che hanno conseguenze sulle persone prima ancora che sui sistemi.
Competenze che cambiano le organizzazioni
Andrea Cogotti, amministratore di sistema, ha utilizzato il percorso per osservare la propria organizzazione da una prospettiva nuova. Ha analizzato la postura di sicurezza aziendale e costruito indicazioni per un percorso di conformità alla normativa, producendo un elaborato più ampio rispetto alle sue mansioni ordinarie e immediatamente valorizzato dall’organizzazione [leggi Elevare la sicurezza delle organizzazioni].
Roberta Maisano ha invece applicato le tecniche apprese all’Università di Messina, dove lavora nell’area dei sistemi e dei servizi informatici. Partendo dal problema dei dati personali pubblicati involontariamente nei documenti online, ha contribuito a implementare script capaci di individuare contenuti potenzialmente critici. Ha inoltre condiviso quanto appreso con uno studente internazionale, avviando un ulteriore trasferimento di conoscenze [legi Roberta, l'intelligenza del cambiamento].
Sono cambiamenti circoscritti, ma significativi. Una procedura rivista, una mail riconosciuta prima che produca un danno, un dato personale protetto, un regolamento più consapevole o una persona formata che ne forma altre rappresentano i primi segnali di una sicurezza che diventa cultura organizzativa.
Il tema scelto dalle Nazioni Unite ci ricorda che il cybercrime non è una realtà separata dalle altre forme di violenza e sfruttamento. Nelle truffe digitali possono convergere criminalità organizzata, manipolazione psicologica, vulnerabilità economica, violazione dei dati e tratta di esseri umani. Per questo servono professionisti preparati, organizzazioni responsabili e cittadini capaci di interrogarsi non soltanto su ciò che appare sullo schermo, ma anche sulle persone e sui sistemi che possono nascondersi dietro una truffa.
Con Cybersecurity Seminars, la formazione diventa così un’infrastruttura sociale di prevenzione: prepara nuovi professionisti e, nello stesso tempo, rafforza la capacità delle comunità di proteggersi, collaborare e prendersi cura delle persone più esposte.