Main Menu

Quando la tecnologia si prende cura

contest healthbot a RomeCup

Quando la tecnologia si prende cura

Quando la tecnologia si prende cura

Alla RomeCup 2026, quattordici progetti trasformano robotica, intelligenza artificiale e sensoristica in strumenti per la salute, l’autonomia e il benessere

Dove funziona davvero l’intelligenza artificiale in sanità? Non sempre dove è più visibile. Mentre il dibattito pubblico si concentra sugli algoritmi diagnostici e sulle applicazioni più avanzate, molte delle esperienze già operative nei sistemi sanitari europei riguardano passaggi meno spettacolari ma decisivi: orientare un cittadino, organizzare un servizio, prevedere un bisogno, ridurre un’attesa, collegare informazioni e professionisti. È una trasformazione silenziosa. L’intelligenza artificiale produce valore quando riesce a entrare nei processi reali della cura, senza aggiungere complessità e senza indebolire le relazioni su cui l’assistenza si fonda. Una soluzione efficace non è soltanto quella che funziona dal punto di vista tecnico, ma quella che riesce a inserirsi nelle pratiche quotidiane, nei ruoli professionali e nelle responsabilità di chi cura e di chi è curato.
L’articolo pubblicato dal magazine Agenda Digitale lo scorso 24 luglio racconta applicazioni già attive nelle aziende sanitarie italiane: chatbot per l’accesso ai servizi, modelli predittivi per posti letto e ricoveri, algoritmi per la programmazione delle sale operatorie, strumenti di process mining per ricostruire i percorsi assistenziali [vedi Intelligenza artificiale in sanità: dove sta funzionando davvero].
Anche il rapporto 2026 dell’Organizzazione mondiale della sanità sullo stato di preparazione dei sistemi sanitari dell’Unione europea invita a guardare oltre la singola applicazione. La diffusione cresce - il 74% dei Paesi usa già l’IA nella diagnosi assistita e il 63% nei servizi conversazionali - ma l’impatto dipende dalla qualità dei dati, dalle competenze, dalla governance, dalla supervisione umana e dalla capacità di integrare gli strumenti nell’organizzazione della cura. 
È alla luce di questa trasformazione che acquistano un significato particolare i quattordici progetti finalisti di HealthBot, il contest del programma Il Futuro della Cura alla RomeCup 2026 (29 aprile). Gli studenti non hanno lavorato sui grandi sistemi ospedalieri, né potevano farlo. Hanno osservato la cura nella sua dimensione quotidiana, individuando i punti in cui può diventare fragile: un farmaco dimenticato, un esercizio interrotto, un ostacolo non percepito, una postura mantenuta troppo a lungo, un segnale emotivo che non trova parole. I prototipi raccontano così la stessa evoluzione che oggi attraversa i sistemi sanitari: il passaggio dall’intelligenza artificiale come prestazione isolata all’intelligenza artificiale come componente di un processo, sottoposta a obiettivi, limiti e responsabilità umane.

Un robot per continuare la riabilitazione
Il primo premio è stato assegnato al Nao Fisioterapista, sviluppato dal team F-ISIObot del Liceo scientifico Ettore Majorana di Pozzuoli (Napoli), in collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Il progetto usa il robot umanoide Nao per accompagnare esercizi fisioterapici degli arti superiori. Il medico può configurare movimenti, angoli e ripetizioni; il paziente afferra i polsi del robot, che guida l’esecuzione e registra i dati della sessione. Il sistema prevede inoltre una scheda personale e il riconoscimento dell’utente, così da adattare il percorso riabilitativo. Il valore della soluzione sta anche nella continuità. La riabilitazione richiede esercizi ripetuti, motivazione e costanza. Il robot può rendere l’attività più coinvolgente e sostenere il lavoro svolto con il fisioterapista, anche in ambiente domestico, senza sostituirne la competenza. Per il team la vittoria ha rappresentato anche un riconoscimento alla perseveranza. Dopo la partecipazione dell’anno precedente senza un piazzamento sul podio, gli studenti hanno continuato a lavorare sul progetto. "Questa sensazione della prima posizione è unica», ha raccontato Mario, team leader. «Per noi significa non mollare: con le giuste ambizioni si può puntare al meglio". 
Sempre nel campo della riabilitazione si colloca MRC Arm Exoskeleton, realizzato dall’istituto Guglielmo Marconi di Nocera Inferiore (Salerno). È un esoscheletro motorizzato per l’arto superiore, prodotto attraverso la stampa 3D e controllato mediante segnali elettromiografici rilevati sull’avambraccio. Quando i sensori riconoscono l’intenzione volontaria di movimento, un servomotore assiste la flessione del gomito. Il sistema è pensato sia per il recupero funzionale sia per ridurre lo sforzo fisico in contesti lavorativi. In entrambi i casi, la tecnologia interviene senza cancellare l’iniziativa della persona: accompagna il movimento, lo sostiene e lo rende più accessibile.

Quando muoversi significa essere autonomi
Il terzo posto è andato alla carrozzina intelligente dell’istituto Enrico Fermi di Bibbiena (Arezzo). Le ruote Mecanum consentono spostamenti laterali, diagonali e rotazioni sul posto, aumentando la manovrabilità in ambienti domestici complessi e negli spazi ristretti. La carrozzina integra inoltre sensori per rilevare gas, fiamme, allagamenti, ostacoli e variazioni di luminosità. In caso di pericolo può attivare interventi locali, bloccare il movimento o inviare segnalazioni ai contatti preimpostati attraverso Arduino Cloud. È presente anche un cassetto per i farmaci, programmabile per aprirsi all’orario stabilito. "Il nostro impegno è stato ripagato", ha spiegato Filippo, portavoce del team. "Questa carrozzina dà un grandissimo apporto al comfort e alla sicurezza delle persone invalide". Il progetto mostra quanto l’autonomia dipenda spesso da movimenti apparentemente minimi: avvicinarsi a un tavolo, attraversare una porta, cambiare direzione senza manovre complesse. Piccoli spostamenti che possono incidere profondamente sulla libertà quotidiana. 
Due progetti hanno affrontato il tema della mobilità delle persone cieche e ipovedenti. 
Al secondo posto si è classificato Sense Core, team del liceo scientifico Vito Volterra di Ciampino (Roma), con Cernens, un guanto indossabile dotato di sensore laser Time of Flight. Il dispositivo rileva la distanza e la posizione degli ostacoli e restituisce l’informazione attraverso motori a vibrazione. È pensato come strumento discreto e integrabile nei gesti quotidiani, con una funzione di emergenza e possibili estensioni dedicate alla navigazione. Gli studenti sono partiti anche dalla dimensione sociale dell’ausilio. Alcune persone possono vivere con disagio l’uso di strumenti molto visibili, temendo giudizi o forme di stigmatizzazione. Il guanto non sostituisce necessariamente il bastone bianco o il cane guida, ma amplia le possibilità disponibili e restituisce alla persona uno spazio ulteriore di scelta. 
RoboVision, realizzato da due studenti dell’istituto tecnicio Enrico Fermi di Francavilla Fontana (Brindisi), interviene invece sul bastone tradizionale, trasformandolo in un dispositivo intelligente. Sensori a ultrasuoni rilevano ostacoli laterali e sospesi, mentre una telecamera con funzioni di visione artificiale riconosce gli attraversamenti pedonali e fornisce indicazioni vocali. Un sistema di sicurezza segnala eventuali cadute e consente di individuare la posizione dell’utente. I due progetti condividono la stessa attenzione: non progettare soltanto un oggetto tecnologicamente avanzato, ma comprendere come l’ausilio venga realmente usato negli ambienti urbani, domestici e sociali.

La terapia, tra la prescrizione e l'assunzione
Quattro finalisti si sono confrontati con l’aderenza terapeutica, cioè con la capacità di seguire correttamente e con continuità le indicazioni sui farmaci.
Pillonix, dell’Istituto omnicomprensivo Antonio Giordano di Venafro (Isernia), è un robot mobile programmato con Arduino. Si muove lungo percorsi domestici prestabiliti grazie a un sensore seguilinea e trasporta un portapillole settimanale. Può essere attivato con un comando vocale, comunica giorno e ora e raggiunge la persona per consegnare i medicinali. Il prototipo è stato realizzato con materiali riciclati, batterie ricaricabili e pannelli fotovoltaici. 
MediBox, del Liceo Vito Volterra, è un distributore automatico controllato da Arduino. Un carosello stampato in 3D organizza le dosi, mentre una pompa a vuoto, una valvola e un servomotore permettono di prelevare e rilasciare la pillola. Il dispositivo è programmabile tramite Bluetooth e può inviare notifiche sullo stato dell’erogazione.
La sveglia intelligente, sviluppata dal Liceo scientifico Giuseppe Peano di Roma con il nome di Pilltime-Bot, utilizza segnali visivi e sonori per ricordare l’assunzione. Un display indica il medicinale previsto, mentre un pulsante consente alla persona di confermare di aver ricevuto l’avviso. Il progetto è pensato soprattutto per anziani e persone con difficoltà cognitive, cercando di ridurre il carico di memoria e l’ansia associata alla gestione di terapie complesse.
Keryx Kairos Chiron, progettato dal liceo scientifico Stanislao Cannizzaro di Roma, amplia lo sguardo dall’oggetto all’intero ecosistema della cura. La piattaforma collega paziente, caregiver, medico, specialisti e farmacia. La componente software dialoga con un robot IoT per la distribuzione dei farmaci: il caregiver prepara le dosi, il dispositivo le rende disponibili negli orari stabiliti e registra eventuali anomalie o mancate conferme. Gli studenti hanno impostato il lavoro attraverso il design thinking, partendo dal “carico invisibile” sostenuto da chi assiste quotidianamente una persona fragile. Il progetto mostra che la cura non coincide con un singolo dispositivo: prende forma nell’interazione tra paziente, caregiver, medico, farmacia, dati, procedure e strumenti. È dalla qualità di queste connessioni che dipende l’efficacia della soluzione.
I quattro prototipi affrontano lo stesso passaggio critico: la distanza tra una terapia prescritta e la sua concreta integrazione nella giornata. Il problema non riguarda soltanto il ricordo dell’orario, ma anche la comprensione, il controllo, la rassicurazione e la possibilità di coinvolgere, quando necessario, familiari e professionisti.

Riconoscere un cambiamento prima dell'emergenza
Tra le proposte più innovative figura rPPG, o Marconi Health Assistant, del Guglielmo Marconi di Nocera Inferiore. Il sistema assume la forma di uno specchio intelligente. Attraverso la fotopletismografia remota analizza le microvariazioni cromatiche del volto associate al flusso sanguigno, stimando frequenza cardiaca, variabilità cardiaca e altri indicatori. La computer vision osserva colorito cutaneo, sclera ed espressioni, mentre il microfono può rilevare pattern respiratori, tosse e variazioni della voce. I risultati vengono confrontati nel tempo con la baseline personale e possono generare report e segnalazioni. L’idea è integrare il monitoraggio in un oggetto e in un gesto già presenti nella routine: guardarsi allo specchio. Il controllo diventa così meno invasivo e non richiede di indossare, ricaricare o attivare continuamente un dispositivo. Il progetto apre anche domande importanti sulla validazione dei dati, sulla protezione delle informazioni sanitarie e sulla distinzione tra screening e diagnosi. Il passaggio decisivo non è soltanto rilevare un parametro, ma comprenderne il significato, valutarne l’affidabilità e inserirlo in un processo di osservazione e decisione che resta umano. È proprio questo confronto tra opportunità e limiti a rendere l’esperienza educativa particolarmente significativa. 

Portare il benessere nella giornata lavorativa
Sempre dall’ITI Marconi arriva l’Office Well-Being Digital Assistant, dedicato alla prevenzione del disagio psicofisico negli ambienti d’ufficio. Il sistema combina una fascia sensorizzata e una webcam. Rileva ECG, frequenza cardiaca, respirazione, variabilità cardiaca e postura, analizzando i dati in tempo reale. Quando individua stress, affaticamento o una posizione scorretta mantenuta troppo a lungo, propone esercizi di respirazione, micro-stretching, correzioni posturali o brevi pause. L’assistente non interviene quando il problema è già diventato grave, ma prova a riconoscere precocemente abitudini e condizioni che possono produrre malessere. La medicina digitale entra così in un ambiente ordinario, lontano dall’ospedale, e accompagna la persona durante le attività quotidiane.

Tre modi diversi di ascoltare il disagio
La salute mentale è stata uno dei campi più esplorati dai finalisti del liceo Don Milani-Da Vinci di Bari, con tre progetti distinti.
MindEcho è un diario emotivo intelligente. L’utente racconta la propria giornata e le assegna una valutazione; il sistema analizza il tono emotivo, registra le esperienze positive e costruisce nel tempo una memoria personale. Quando rileva un momento difficile, recupera episodi e risorse che in passato hanno aiutato la persona a superare situazioni simili. Il progetto usa quindi la storia dell’utente come materiale per rafforzare consapevolezza e fiducia. 
MindBot è un chatbot che combina il testo libero con dati relativi al sonno, all’attività fisica, al tempo trascorso online e all’uso dei social. Attraverso regole euristiche, machine learning e generazione del linguaggio, individua possibili condizioni di stress, sovraccarico o calo di energia e restituisce suggerimenti personalizzati. Il sistema è accessibile da browser e dedica particolare attenzione alla riservatezza dei dati. 
Controdepressione concentra invece l’attenzione sulla fattibilità tecnica, economica ed etica di un chatbot. Il prototipo utilizza Python e librerie open source, funziona in locale e analizza il contenuto e il tono dei messaggi. Gli studenti ne hanno valutato costi, sostenibilità, privacy, trasparenza e rischi, chiarendo che lo strumento ha finalità educative, non è diagnostico e non sostituisce una terapia psicologica. 
I tre progetti condividono una cautela fondamentale. Un chatbot può aiutare una persona a riconoscere come si sente, a organizzare i propri pensieri o a individuare alcune abitudini problematiche. Non possiede però la competenza clinica, la responsabilità e la capacità relazionale di un professionista. Anche quando l’algoritmo riconosce ricorrenze o variazioni nel linguaggio, il dato non coincide con una diagnosi. Può aiutare a formulare domande, aumentare la consapevolezza o segnalare l’opportunità di chiedere aiuto, ma non sostituisce il giudizio e la responsabilità professionale. La progettazione diventa quindi anche un esercizio sui confini dell’automazione. 

Quattordici progetti, una stessa domanda
HealthBot non premia soltanto la complessità tecnica. Chiede agli studenti di osservare la cura come un sistema fatto di persone, relazioni, dati, ambienti, competenze e strumenti. Una soluzione può essere innovativa e risultare difficile da usare; può raccogliere molte  informazioni senza restituirle in modo comprensibile; può automatizzare una funzione e generare, nello stesso tempo, nuovi rischi o dipendenze. Per questo i progetti più interessanti non si limitano a mostrare ciò che la tecnologia sa fare. Provano a comprendere dove inserirla, quale bisogno affrontare, chi coinvolgere, quali responsabilità preservare e quali conseguenze considerare. 
Alla RomeCup 2026 il futuro della cura non ha assunto la forma di una macchina onnipotente. È apparso nei passaggi spesso invisibili che rendono possibile la salute quotidiana: ricordare una medicina, continuare un esercizio, attraversare una strada, muoversi in una stanza, correggere una postura, osservare un cambiamento, trovare le parole per chiedere sostegno. È in questi passaggi che l’innovazione diventa davvero utile: quando persone, pratiche e tecnologie riescono a trovare un equilibrio dentro la complessità della cura.

 

Altre notizie che potrebbero interessarti

I nostri progetti

Rimani aggiornato sulle nostre ultime attività, notizie ed eventi