Alla RomeCup 2026 un convegno alla Sapienza dedicato all’eredità di Tullio De Mauro
Nell’ambito della RomeCup 2026, alla Sapienza Università di Roma, si è svolto il convegno “Dal linguaggio naturale al linguaggio artificiale”, promosso dalla Fondazione Mondo Digitale e trasmesso in diretta da CorriereTv. Un incontro per riflettere su come il linguaggio, oggi sempre più mediato da sistemi intelligenti, stia trasformando conoscenza, educazione e cittadinanza.
Il punto di partenza è stato l’eredità scientifica e civile di Tullio De Mauro, linguista, già ministro dell’Istruzione e primo presidente della Fondazione Mondo Digitale dal 2001 al 2011. Un’eredità che, a quasi dieci anni dalla sua scomparsa, continua a offrire strumenti preziosi per comprendere il presente: dalla centralità dell’educazione linguistica democratica al rapporto tra parola, conoscenza e partecipazione civile.
Ad aprire il confronto, moderato da Alessia Cruciani, giornalista del Corriere della Sera, è stato il ricordo di De Mauro come intellettuale capace di tenere insieme linguaggio, scuola, tecnologia e democrazia. “Il linguaggio come strumento di democrazia riassume molto fortemente Tullio De Mauro”, ha ricordato Alfonso Molina, direttore scientifico della Fondazione Mondo Digitale. Per Molina, De Mauro aveva compreso con grande anticipo “la consonanza tra il dominio del linguaggio e lo sviluppo della persona”: “Non c’è cultura senza linguaggio, non c’è niente senza linguaggio, perché non possiamo neanche pensare se non abbiamo un linguaggio”.
Nel suo intervento Molina ha ricostruito anche il contributo di De Mauro alla nascita della missione della Fondazione. “La nostra missione è lavorare per una società democratica della conoscenza”, ha spiegato. “Io, venendo dalla Gran Bretagna, parlavo di società della conoscenza inclusiva, dove tutti hanno diritto ad avere accesso alla tecnologia senza discriminazione. Tullio mi disse: sì, però nella Costituzione italiana la parola inclusiva si traduce come democratica”. Da quella intuizione è nata una formulazione che ancora oggi orienta il lavoro della Fondazione.
Il convegno ha poi affrontato il nodo dell’apprendimento linguistico nell’era dell’intelligenza artificiale. Monica Barni, professoressa ordinaria di Didattica delle Lingue Moderne alla Sapienza, ha invitato a superare le semplificazioni del dibattito pubblico: “Bisogna uscire dalla logica della polarizzazione. Non si può dire: serve o non serve la tecnologia, serve o non serve l’intelligenza artificiale”. La questione, ha spiegato, va riportata alla conoscenza: capire “perché usare l’intelligenza artificiale, quando, con chi, come usarla”. Per Barni, studiare le lingue non perde senso con la diffusione dei traduttori automatici. Al contrario, diventa ancora più importante. Una lingua, riprendendo De Mauro, “non è solo uno strumento di comunicazione”, ma “una forma di vita”, “uno strumento creativo” e una condizione per esercitare la cittadinanza. Anche l’intelligenza artificiale, ha sottolineato, non va ignorata: “Ci dobbiamo fare i conti come insegnanti, ce ne dobbiamo appropriare, dobbiamo conoscere e dobbiamo saperla guidare”. Ma la scelta finale deve restare umana: “L’ultima scelta deve essere la nostra. Si fa tradurre, si fa controllare un testo, ma poi quel testo va rivisto, ricontrollato da noi e reinterpretato sulla base di quello che noi vogliamo dire”.
Sul rapporto tra linguaggio, senso e algoritmi è intervenuta Filomena Diodato, professoressa associata di Semantica, Semantica cognitiva e Teoria dei Linguaggi e AI alla Sapienza. La domanda se una macchina “comprenda” davvero, ha spiegato, rischia di essere fuorviante se non si distingue tra linguaggio come facoltà umana e lingue storico-naturali. “Noi abbiamo a che fare con potentissimi strumenti di lingua che però non sono dotati di linguaggio”, ha affermato. Le macchine sono “straordinari strumenti di modellizzazione di lingue esistenti”, ma non vivono la lingua come pratica sociale.
Da qui un punto centrale del confronto: la responsabilità delle parole. “Le parole non hanno un significato indipendente dai parlanti”, ha ricordato Diodato. “Un sistema di questo tipo non significa: significhiamo noi quando lo utilizziamo”. Per questo l’uso dell’intelligenza artificiale richiede più, e non meno, competenza linguistica: “Utilizzare questi strumenti richiede una maggiore sensibilità linguistica, una maggiore competenza linguistica, non una minore competenza linguistica”. E soprattutto non consente di delegare la responsabilità: “Alla fine l’autore del testo non è mai la macchina. Noi abbiamo la responsabilità delle nostre parole”.
La seconda parte dell’incontro ha spostato l’attenzione sui fondamenti tecnologici dell’intelligenza artificiale. Maurizio Lenzerini, professore ordinario di Ingegneria Informatica alla Sapienza, ha ricordato che l’intelligenza artificiale non nasce con ChatGPT, ma come disciplina molto più ampia, fin dagli anni Cinquanta. I sistemi attuali appartengono a un paradigma diverso da quello originario: non cercano tanto di costruire macchine capaci di ragionare in modo logico, quanto sistemi che apprendono da grandi quantità di dati. Proprio per questo, secondo Lenzerini, il nodo educativo è decisivo: non basta spiegare come usare gli strumenti, bisogna rafforzare “il senso critico, la capacità di ragionamento e la capacità di conoscenza del mondo”.
Alfio Ferrara, professore ordinario di Informatica all’Università degli Studi di Milano e delegato per l’AI Literacy, ha portato il confronto direttamente sul terreno della scuola. Rivolgendosi ai ragazzi presenti, ha posto una domanda radicale: “Perché andate a scuola? Perché fate i compiti? Perché dovete fare un tema o un esame?”. Se il problema è solo “performare”, ha spiegato, le macchine sono strumenti potentissimi. Ma se l’obiettivo è “costruirvi una personalità, una conoscenza, una dimensione propriamente umana”, allora l’intelligenza artificiale va usata in modo diverso: come supporto per sviluppare creatività, testare idee, dialogare con un “partner intellettuale”. Per Ferrara, la vera alfabetizzazione non consiste nel saper usare le piattaforme, ma nel comprenderne il funzionamento. “Noi non dobbiamo imparare a usare queste macchine, noi dobbiamo sapere come funzionano. Ci servono conoscenze, non competenze”. I modelli linguistici, ha spiegato, sono generatori di sequenze plausibili, ma non hanno esperienza del mondo: “Sono completamente confinati dentro il linguaggio”. Per questo il rischio non è l’uso in sé, ma la delega inconsapevole, soprattutto quando i sistemi producono testi formalmente corretti ma privi di verifica, contesto e responsabilità.
Nelle conclusioni, Walter Quattrociocchi, professore ordinario alla Sapienza, presidente del corso di laurea in Data Science e direttore del Center of Data Science and Complexity for Society, ha richiamato con forza il tema della verifica. L’intelligenza artificiale generativa, ha osservato, produce output linguisticamente plausibili, ma non per questo veri. Il rischio è confondere la coerenza del linguaggio con la conoscenza. “Il large language model simula il giudizio, non lo crea”, ha affermato. “Crea la frase più simile al giudizio”. Da qui l’urgenza di una nuova educazione critica, capace di integrare scienze umane e metodo scientifico. Per Quattrociocchi, il punto non è respingere la tecnologia, ma evitare che la plausibilità linguistica diventi l’unico criterio di conoscenza. “Nel momento in cui decidiamo che è buono l’output di un large language model, basato sulla plausibilità linguistica, stiamo dicendo che la plausibilità linguistica è sufficiente per entrare nella questione della conoscenza, saltando completamente la verifica”.
A chiudere l’incontro è tornata la voce di De Mauro, attraverso una sua riflessione ricordata da Alessia Cruciani: di fronte alle novità, “gli italiani sono vigili, ironici e reattivi”. Una frase nata in un altro contesto, quello dell’impatto della televisione sulla lingua, ma oggi sorprendentemente attuale. Anche davanti all’intelligenza artificiale, la sfida è restare vigili e reattivi: non per difendere il passato, ma per governare il futuro con più conoscenza, più responsabilità e più democrazia.