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Dare strumenti all'economia sociale

Gabriele Sepio al convegno sull'economia sociale

Dare strumenti all'economia sociale

Dare strumenti all'economia sociale

Gabriele Sepio al convegno della Fondazione Mondo Digitale: dalla rivoluzione industriale a quella digitale, le sfide del Piano nazionale tra innovazione, accesso al credito e centralità della persona.

La trasformazione digitale apre una nuova fase per l'economia sociale italiana, chiamata a confrontarsi con cambiamenti tecnologici profondi e con la necessità di rafforzare le proprie capacità organizzative ed economiche. Per affrontare questa sfida, il patrimonio di valori e di esperienze del settore deve tradursi in strumenti concreti: competenze, risorse, regole e nuovi modelli di sviluppo. 
È la prospettiva proposta dall'avvocato Gabriele Sepio, esperto di diritto del Terzo settore e fiscalità, intervenuto ieri, mercoledì 21 ottobre, al convegno L'economia sociale nell'era digitale, promosso dalla Fondazione Mondo Digitale ETS nell'ambito delle iniziative per i suoi 25 anni. 
Il suo contributo ha collegato le radici storiche dell'economia sociale alle opportunità e alle contraddizioni della rivoluzione digitale, individuando nel Piano nazionale per l'economia sociale, approvato nel luglio 2026, un'occasione per affrontare alcuni ostacoli strutturali che limitano lo sviluppo del settore.

Una storia lunga otto secoli
L'economia sociale italiana affonda le proprie radici in una tradizione molto più antica delle politiche europee che oggi ne riconoscono il valore. Sepio ha ricordato le Misericordie e gli ordini religiosi del Duecento, prime espressioni di una cultura della solidarietà che ha progressivamente attraversato la storia economica e sociale del Paese. "È evidente che in questo momento storico abbiamo il dovere di mettere in fila da un lato la nostra esperienza culturale nell'economia sociale, e dall'altro capire come questa esperienza possa tradursi negli strumenti che mancano per dare gambe agli organismi del sociale". 
Il parallelo storico proposto da Sepio porta alla seconda metà dell'Ottocento, quando la rivoluzione industriale trasformò il lavoro, la produzione e le relazioni sociali. L'enciclica Rerum Novarum del 1891, l'esperienza educativa di Don Bosco e le iniziative di Léon Harmel rappresentano alcune delle risposte sviluppate in quel periodo per tutelare le persone e accompagnare il cambiamento. Oggi, secondo Sepio, la rivoluzione digitale ripropone una questione analoga: governare l'innovazione mantenendo al centro la persona. "Adesso, al posto della rivoluzione industriale, abbiamo la rivoluzione digitale. E di nuovo ci troviamo di fronte allo stesso interrogativo: come affrontiamo questa rivoluzione mantenendo al centro la persona?". Una sfida resa ancora più complessa dal rapporto tra tecnologia e relazioni umane. Come ha osservato Sepio, "aumentano le connessioni, ma diminuiscono le relazioni".

La tecnologia e il rischio di nuove disuguaglianze
L'innovazione digitale può ampliare l'accesso alla conoscenza, ai servizi e alle opportunità economiche, ma può anche accentuare le differenze tra persone e organizzazioni. Richiamando una riflessione attribuita a Bill Gates, Sepio ha evidenziato come la tecnologia possa diventare il più grande fattore di livellamento sociale oppure un potente generatore di disuguaglianze, a seconda delle scelte che ne orientano lo sviluppo. 
In questo scenario, l'economia sociale può offrire un contributo originale, sperimentando modelli che mettono in relazione innovazione tecnologica, partecipazione e distribuzione del valore. Tra gli esempi richiamati figurano le cooperative di dati, forme organizzative che esplorano la possibilità di gestire collettivamente le informazioni e il valore economico che ne deriva. Il tema riguarda la capacità di costruire un'economia digitale nella quale le persone possano partecipare alle decisioni e beneficiare delle opportunità generate dall'innovazione.

Dalla riforma del Terzo settore al Piano nazionale
Per comprendere il ruolo che l'economia sociale può assumere nella transizione digitale, Sepio ha richiamato il percorso giuridico compiuto negli ultimi dieci anni. La riforma del Terzo settore ha contribuito a definire con maggiore precisione l'identità e le caratteristiche degli enti, rendendo possibile il riconoscimento di strumenti e risorse specifici. Un passaggio fondamentale è rappresentato dalla sentenza n. 131 del 2020 della Corte costituzionale, che ha valorizzato il ruolo degli enti del Terzo settore nell'attuazione del principio di sussidiarietà previsto dall'articolo 118 della Costituzione. 
"In 10 anni la riforma ci ha fatto capire che questi soggetti prendono in carico i bisogni e, come dice la Corte Costituzionale con la sentenza 131 del 2020, sono soggetti attuatori del principio costituzionale di sussidiarietà". L'economia sociale si caratterizza infatti per valori che non trovano piena rappresentazione nei tradizionali indicatori di mercato: gratuità, mutualità e reciprocità. Principi che si traducono in attività economiche, lavoro, servizi e capacità di rispondere ai bisogni collettivi.

Il Piano nazionale per l'economia sociale rappresenta ora un passaggio ulteriore: costruire condizioni più favorevoli allo sviluppo di queste organizzazioni, riconoscendone le specificità anche sul piano economico e finanziario.

Gli ostacoli da superare: aiuti di Stato e credito
Sepio ha individuato due nodi particolarmente rilevanti per la crescita dell'economia sociale. Il primo riguarda la disciplina europea degli aiuti di Stato. Le regole nate per evitare distorsioni della concorrenza possono creare difficoltà nell'individuazione di misure di sostegno adeguate alle caratteristiche degli enti che perseguono finalità sociali. "Nel Piano Nazionale dell'Economia Sociale bisogna intervenire sulla disciplina degli Aiuti di Stato", ha sottolineato Sepio, richiamando la necessità di tenere conto delle specificità di questi modelli organizzativi. Il secondo nodo è l'accesso al credito. I criteri di valutazione del rischio utilizzati dagli istituti bancari possono penalizzare le organizzazioni non profit, limitandone la possibilità di ottenere finanziamenti per investimenti strutturali. "Come può questo mondo trovare gli strumenti per investire e rendersi competitivo se non si superano questi ostacoli?". È una questione che riguarda direttamente anche la trasformazione digitale. Per innovare servono infatti risorse da destinare alle infrastrutture tecnologiche, alla formazione delle persone, alla sicurezza informatica e alla riprogettazione dei servizi. Senza condizioni finanziarie adeguate, il rischio è che le organizzazioni più piccole rimangano escluse dalle opportunità dell'innovazione, ampliando ulteriormente le differenze all'interno del settore.

La sfida digitale di oltre 153.000 enti
La dimensione della sfida emerge dai numeri del Registro unico nazionale del Terzo settore (RUNTS), che, secondo i dati richiamati da Sepio, conta oltre 153.000 enti iscritti, tra cui circa 80.000 associazioni di promozione sociale e 40.000 organizzazioni di volontariato. Una rete diffusa, composta in larga parte da realtà territoriali di piccole dimensioni, che svolge un ruolo essenziale nella vita delle comunità. Per queste organizzazioni la digitalizzazione deve svilupparsi lungo due direzioni complementari. La prima riguarda il funzionamento interno: rafforzare le competenze delle persone, migliorare i processi gestionali, rendere più efficiente l'utilizzo delle risorse e aumentare la sostenibilità delle attività. La seconda interessa la missione sociale: innovare i servizi e le attività di interesse generale, dall'assistenza alla formazione, dalla sanità alla cultura, contribuendo anche alla diffusione delle competenze digitali tra i cittadini. Sepio ha richiamato, a questo proposito, le attività di interesse generale individuate dall'articolo 5 del Codice del Terzo settore, evidenziando quanto ampio possa essere il campo di applicazione delle tecnologie digitali.

Dalla visione agli strumenti
Il contributo di Gabriele Sepio mette in evidenza una questione decisiva per il futuro dell'economia sociale: la trasformazione digitale richiede condizioni strutturali che consentano anche alle organizzazioni più piccole di innovare. Competenze e infrastrutture sono indispensabili, ma devono accompagnarsi a strumenti normativi, fiscali e finanziari capaci di riconoscere le specificità del settore. È una prospettiva che rafforza il confronto avviato dalla Fondazione Mondo Digitale sul ruolo della digitalizzazione nel Piano nazionale per l'economia sociale e sulla necessità di considerare l'innovazione una dimensione trasversale delle politiche di sviluppo. La sfida, come emerge dall'intervento di Sepio, è mettere in relazione la tradizione italiana della solidarietà con le opportunità della rivoluzione digitale, creando le condizioni perché il patrimonio sociale del Paese possa continuare a generare valore anche nei nuovi scenari tecnologici.

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