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Nel calcio dei robot l’Italia c’è

I calciatori della Sapienza: ricerca tra intelligenza artificiale, autonomia e collaborazione

Nel calcio dei robot l’Italia c’è

Nel calcio dei robot l’Italia c’è

La squadra della Sapienza: una ricerca tra intelligenza artificiale, autonomia e collaborazione

Mentre l'attenzione internazionale è puntata sulla Coppa del Mondo Fifa 2026, e l’Italia questa volta non è in campo, c’è un altro calcio in cui la ricerca italiana c’è eccome: quello giocato da robot autonomi, dove ogni passaggio, ogni movimento e ogni scelta tattica nascono dall’incontro tra intelligenza artificiale, visione artificiale, controllo motorio e cooperazione tra sistemi.

In occasione della RomeCup 2026, che si è svolta lo scorso aprile, abbiamo incontrato i protagonisti del progetto dei robot calciatori della Sapienza Università di Roma: il robot Virgilio, il ricercatore Vincenzo Suriani e il professore Luca Iocchi, tra i riferimenti della robotica italiana.

“Per me giocare a calcio è la mia missione”, racconta Virgilio nell’intervista. “Ogni movimento è calcolato e ogni partita è una sfida di strategia e precisione”.

Dietro la leggerezza apparente di una partita tra robot si nasconde una ricerca complessa. I robot devono muoversi in campo, riconoscere la palla, orientarsi nello spazio, comunicare con i compagni, decidere la strategia migliore in tempo reale e correggere gli errori. Ogni partita diventa così un ambiente di prova per tecnologie che riguardano percezione, apprendimento, autonomia, coordinamento e interazione con il mondo fisico.

“Ogni robot ha un ruolo preciso e la nostra intelligenza artificiale decide le mosse migliori in tempo reale”, spiega Virgilio. “È tutto un equilibrio tra tattica, velocità e precisione”. Anche l’errore fa parte del processo: un passaggio sbagliato o un gol mancato diventano dati utili per affinare movimenti e strategie.

A raccontare il valore scientifico della sfida è Vincenzo Suriani, ricercatore della Sapienza. L’obiettivo internazionale della RoboCup è ambizioso: arrivare entro il 2050 a una partita tra robot umanoidi autonomi e campioni del mondo Fifa. Una prospettiva visionaria, che serve però a spingere in avanti la ricerca in robotica e intelligenza artificiale.

“Quanta ricerca c’è per arrivare a Virgilio? Moltissima”, spiega Suriani. “Il progetto va avanti dal 1997, quindi immaginate quanti frutti ha già portato. E questa cosa poi rientra in tutte le altre attività, perché il travaso tecnologico è molto alto”.

Il calcio robotico, infatti, non è un gioco fine a se stesso. È una piattaforma di ricerca in cui si sperimentano soluzioni che possono trovare applicazione in molti altri ambiti: robot collaborativi, assistenza, logistica, esplorazione, sicurezza, monitoraggio ambientale, sistemi autonomi capaci di operare in contesti complessi.

Lo ricorda anche Luca Iocchi, professore ordinario di Intelligenza artificiale e robotica alla Sapienza, sottolineando il valore della RomeCup come spazio in cui ragazze e ragazzi possono vedere la tecnologia in azione. “La RomeCup è un evento perfetto”, spiega, perché accanto a discussioni e conferenze permette agli studenti di capire che cosa sono l’intelligenza artificiale e la robotica attraverso laboratori, dimostrazioni ed esperienze dirette.

In un tempo in cui i giovani si interrogano sul loro futuro e sul rapporto tra persone e tecnologie, i robot calciatori diventano qualcosa di più di una curiosità scientifica. Mostrano che l’intelligenza artificiale non è solo linguaggio o generazione di contenuti, ma può diventare movimento, decisione, cooperazione, errore, apprendimento e relazione con l’ambiente.

Le interviste realizzate alla RomeCup 2026 raccontano così una ricerca italiana che usa il gioco del calcio come laboratorio avanzato per esplorare il futuro della robotica. E ricordano che, come nello sport, anche nella scienza si cresce una scelta alla volta: osservando, provando, sbagliando, correggendo e tornando in campo.

 

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