Francesca Sabatini: “La comunità non toglie tempo, lo moltiplica”
La comunità dei Docenti della Scuola del Noi è uno spazio di intelligenza collettiva in cui insegnanti di tutta Italia condividono pratiche, dubbi e sperimentazioni, trasformando l’innovazione didattica da esperienza individuale a processo condiviso.
Da questa esperienza nasce, all’interno della community Facebook, la rubrica “Voci e volti”, pensata per dare voce ai docenti e rendere visibile il lavoro che ogni giorno prende forma nelle classi. Uno spazio che parte dal confronto tra pari e si apre a un pubblico più ampio attraverso i canali della Fondazione, per raccontare pratiche reali, riflessioni e scelte educative che aiutano a comprendere come sta cambiando il ruolo dell’insegnante nell’era digitale.
Ad aprire il ciclo è Francesca Sabatini, docente di lettere al Liceo scientifico “Vito Volterra” di Ciampino, in provincia di Roma, e coordinatrice del Secondo ciclo della Scuola del Noi.
Quale bisogno professionale o personale ti ha spinto ad entrare nella comunità dei docenti della scuola del noi?
Il bisogno di non sentirmi un'isola. Spesso, chi si occupa di innovazione a scuola corre il rischio di restare isolato nella propria sperimentazione. Cercavo uno spazio di "intelligenza collettiva" dove il digitale non fosse solo una lista di tool, ma un terreno di confronto pedagogico e culturale.
In che modo partecipare alla comunità ha cambiato il tuo modo di guardare al tuo ruolo di docente?
Mi ha confermato che il docente oggi deve essere un "curatore di contesti". Non sono più solo quella che trasmette contenuti, ma colei che progetta ambienti di apprendimento dove la tecnologia è trasparente e il pensiero critico è il vero protagonista. La community mi ha dato il coraggio di essere più "regista" e meno "attrice".
Qual è, secondo te, l’obiettivo più importante della Scuola del Noi?
La co-creazione. Passare dall'essere fruitori passivi di tecnologie a progettisti consapevoli. L'obiettivo non è imparare a usare l'IA, ma capire come l'IA possa aiutarci a ripensare la scuola, rendendola più aperta, inclusiva e vicina alla realtà.
In che modo il progetto ti aiuta a preparare i tuoi studenti al presente, non solo al futuro?
I miei studenti del Volterra sono già dentro il mondo degli algoritmi, ma spesso lo subiscono passivamente. Il progetto mi dà gli strumenti - come le bussole del DigComp - per aiutarli a "leggere" questo presente. Non li preparo per un lavoro che faranno tra dieci anni; li aiuto a capire cosa succede oggi nel loro telefono e nella loro testa.
Hai modificato una pratica didattica grazie alla comunità?
Sì, ho smesso di aver paura di "perdere tempo" per fare co-design. Prima portavo lezioni impacchettate; ora, grazie ai protocolli che abbiamo sviluppato, coinvolgo i ragazzi nella creazione dei laboratori. Usiamo l'IA per il brainstorming iniziale o per sfidare le nostre stesse idee. La lezione è diventata un cantiere, ed è molto più divertente così.
Quanto conta poter condividere dubbi e sperimentazioni con altri docenti?
È la differenza tra restare fermi e crescere. In questa community, ammettere di non sapere come funziona un prompt o di aver fallito un esperimento in classe non è una debolezza, ma l'inizio di una discussione vera. Ci toglie quell'ansia di dover essere sempre "aggiornatissimi".
Ti senti più preparata ad affrontare temi complessi come IA, digitale, cittadinanza?
Sì, perché ho una rete di sicurezza. Se mi perdo nell'etica della GenAI o nelle questioni di privacy, so che c'è un gruppo di colleghi che sta studiando le stesse cose. La complessità smette di fare paura quando diventa una sfida collettiva.
Che tipo di scuola vuoi contribuire a costruire?
Una scuola "umanistica" nel senso più moderno del termine. Dove la letteratura e la tecnologia si parlano senza pregiudizi. Sogno una scuola che non insegue l'ultima app, ma che insegna ai ragazzi a essere empatici e critici, usando ogni strumento possibile per farsi domande intelligenti.
Che responsabilità senti oggi come docente nell’era dell’IA?
Sento la responsabilità di "comprendere per non temere", proprio come diceva Marie Curie. Il mio compito non è vietare l'IA, ma guidare i ragazzi a governarla. È una sfida educativa immensa: dobbiamo insegnare loro a mantenere il timone dell'umano in un mare di automazioni.
Se la Scuola del Noi non esistesse, cosa mancherebbe nel tuo percorso?
Mancherebbe il "laboratorio permanente". Senza la Scuola del Noi, sarei una docente che legge molti libri sull'innovazione, ma che farebbe molta più fatica a trasformare quelle pagine in attività reali, replicabili e condivise.
Cosa diresti a un docente che pensa di “non avere tempo” per entrare in una comunità?
Gli direi che la comunità non toglie tempo, lo moltiplica. Condividere soluzioni, prompt già testati e schede didattiche pronte ci permette di evitare di "reinventare la ruota" ogni volta. Entrare nella Scuola del Noi è il miglior investimento per risparmiare tempo e guadagnare in qualità della vita professionale.