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Didattica e microlearning

I docenti della scuola del noi
Fondazione Mondo Digitale

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I docenti della scuola del noi: oggi conosciamo la formatrice Kim Commisso

Siamo al terzo appuntamento settimanale con i "docenti della scuola del noi", che abbiamo anche definito come "i-docenti", gli insegnanti dell'inclusione, che lavorano ogni giorno per non lasciare nessuno indietro [vedi la notizia La scuola del noi].

Oggi, con un breve video e un'intervista curata da Ilaria Gaudiello, conosciamo Kim Commisso, consulente, formatrice e docente di didattica integrata.

 

 

L'INTERVISTA

Kim, la tua passione per la didattica supportata dal digitale ti ha portato ad un mestiere a 360 gradi, che ti vede impegnata in incarichi per le scuole, per le aziende, per i centri di studio e edizione.  Puoi darci una tua opinione di come la pedagogia digitale a tuo avviso accomuni questi settori?
Domanda interessante, e non facile! Innanzitutto più che parlare di pedagogia digitale parlerei, più in generale, di pedagogia nel suo significato etimologico di disciplina che studia i problemi relativi all’educazione e alla formazione dell’uomo, avvalendosi dell’apporto di numerose altre scienze[1], e aggiungerei, di numerosi strumenti tra cui quelli digitali che ormai sono di uso quotidiano nella nostra vita. In questo senso, ciò che accomuna di fatto tutti questi settori è la progettazione di percorsi “guidati” per far sì che ognuno dei nostri studenti, che siano adulti o ragazzi, raggiungano quello che viene definito il “successo formativo”. Che si tratti di una nuova conoscenza o dello sviluppo di competenze, noi docenti, prima ancora che “fare lezione”, siamo chiamati a pensare al nostro interlocutore e a come possiamo aiutarlo a migliorarsi - e questo va oltre l’età e il settore di appartenenza. Con queste priorità ben fissate in mente, il digitale può essere inteso tanto come strumento complementare agli strumenti da sempre utilizzati (libro di testo ecc.) ma anche, in modo più ampio e strutturato, come ambiente cognitivo. Un ambiente che in parte tutti noi conosciamo già per gli usi sempre più diversificati che ne facciamo al quotidiano, ma che può essere ripensato in termini di apprendimento. Unendo quindi una progettazione che abbia come punto di partenza una conoscenza approfondita del profilo del learner (conoscenze pregresse, limiti e obiettivi) è possibile costruire formazioni efficaci in termini di setting e impatti sull’apprendimento.

Le metodologie legate al digitale per la pedagogia evolvono rapidamente. Come possono a tuo avviso i docenti orientarsi nel sempre nuovo ventaglio di possibilità e quali metodologie in particolare pensi sia importante padroneggiare?
Quando si ha l’occasione di lavorare in diversi settori dell’educazione, capita spesso di giungere alla conclusione che non ci sia nulla di veramente nuovo ma solo approcci già esistenti visti con lenti diverse, le lenti del contesto che stiamo vivendo. Quale contesto è, quindi, il nostro? È quello che ha accelerato l’ingresso delle tecnologie nell’educazione, che ha recuperato il mobile e il micro learning come modalità fondamentale per la didattica sia in azienda che a scuola. Che sta rivalutando a pieno il blended learning per rendere possibile la didattica mista. Nulla di nuovo, quindi, ma una consapevolezza maggiore di un dato fondamentale: l’efficacia ormai comprovata della didattica attiva. Un esempio di didattica attiva è insito nell’approccio Flipped Classroom, o classe “capovolta”. Questo approccio si sta rivelando vincente, soprattutto quando il “capovolgimento” è frutto di una precedente progettazione: il docente ha bisogno di predisporre materiali alla portata degli studenti, per generare un meccanismo (asincrono) di anticipazione cognitiva che gli/le permetta di “agganciare” in modo più efficace l’attenzione degli studenti in classe, favorendo la comprensione delle tematiche trattate. Lo stimolo può venire da un’attività, una domanda o un problema inclusivi che permettano ai ragazzi di far emergere ciò che sanno e che sanno fare, anche se in maniera ancora non sistematica; in un secondo momento, il docente dovrà mettere insieme i tasselli per permettere agli studenti di far propri gli apprendimenti.
L’azione didattica oggi ha un potenziale amplificato per coinvolgere, guidare, applicare, grazie proprio ai nuovi ambienti che consentono tutto questo.
Infine, credo che un buon modo di orientarsi sia partire sempre dalle competenze. Focalizziamo la nostra attenzione sulle competenze per le quali gli alunni necessitano prioritariamente di un rafforzamento e di uno sviluppo; identifichiamo quindi gli indicatori che possano attestare i loro progressi. In questo modo anche la scelta delle metodologie e degli strumenti verrà più intuitiva.

Quest’anno, attraverso la rete dei "Docenti della scuola del noi" di FMD, sei protagonista di un progetto di innovazione curricolare attraverso il digitale. L’unità didattica sarà presto pubblicata sul sito della FMD. Puoi raccontarci a grandi linee di cosa si tratta e perché è importante per altri docenti sperimentare questo vostro lavoro?
Il nostro progetto è nato dall’idea di sviluppare nei nostri studenti un senso forte di cittadinanza attiva e responsabile, alla luce anche del ritorno dell’Educazione civica nelle scuole. Abbiamo pensando alle nostre classi e alla multiculturalità che viviamo. Ci siamo chiesti se gli alunni provenienti da altri paesi, che spesso hanno difficoltà ad esprimersi, possano attraverso un percorso guidato integrarsi con il gruppo classe. Durante ogni lezione si è, in qualche modo, compagni di viaggio. Non solo, siamo convinti che i ragazzi abbiano un grande potere di cambiamento sia dei loro comportamenti che di quelli della propria comunità. Così nell’obiettivo di ampliare gli orizzonti della classe, ci siamo avvalsi della metodologia del Service learning e abbiamo progettato un percorso che attraverso compiti autentici porterà la classe ad una “trasformazione” dei punti di vista, all’inclusione, e al consolidamento di una comunità educante. Per farlo abbiamo pensato di realizzare un sito che, oltre a documentare il progetto, possa anche essere un punto di riferimento per gli studenti, che li avvicini in questo periodo di didattica a distanza. Si tratta quindi di un percorso di Virtual Service Learning che implementa un sito web come Tecnologia di comunità [Rivoltella, La scuola, Brescia, 2017] per condividere, divulgare e misurare gli impatti della nostra azione educativa. Credo che possa essere importante anche per altre scuole sperimentare questo percorso proprio per fortificare le reti civiche educative e far sì che tutti gli studenti si sentano uguali nella diversità.

Cosa auspichi per il futuro della rete docenti innovatori, in particolare per il tuo gruppo di lavoro?
Credo che il futuro di questa rete sia nell’opportunità di conoscere altri docenti e trovare insieme soluzioni sempre nuove ai nostri problemi didattici. Avere delle occasioni regolari di confronto o degli obiettivi da perseguire, proprio come è accaduto per questo progetto, ci permette di alzare la testa proprio quando siamo più sommersi dal lavoro e prendere una boccata d’aria, guardare fuori. Inoltre, credo sia importante sviluppare collaborazioni congiunte con scuole di altri paesi: il nostro viaggio educativo potrà essere così anche un viaggio nelle diverse e interessanti culture che ci circondano.

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